Un Poemetto Dialettale Indedito

Quello che segue e' un documento scritto dall'Arciprete Basilicati di Bacucco (Arsita) verso il 1880, che mi e' stato gentilmente inviato da Angelo Reggimenti, per poterlo rendere pubblico su questo sito. Riporto qui l'introduzione, mentre per il divertentissimo poema, vi invito a scaricare questo file

Ne vale davvero la pena!

Poemetto dialettale inedito dell'Arciprete Basilicati

"E' poco noto in Abruzzo e nell'ambito del vecchio territorio della Provincia teramana che ne e' particolarmente interessata, un componimento satirico dialettale, unico nel suo genere e il piu' completo, riassumendo le spiccate caratteristiche di tutti i paesi e persino dei villaggi, caratteristiche di usi, costumi o tradizioni, tradotte nel tempo, e a voce di popolo, in frizzi e motti salaci, vuoi per eccesso di vizi che per troppo zelo di virtu'.

L'illustre poligrafo Antonio De' Nino che raccolse gli Usi e costumi abruzzesi in ben sei volumi, lascio' inediti alcuni suoi scritti sui motti e distintivi satirici dialettali. Rilevandone l'indubbio interesse, se non altro per la storia di vecchie e vivaci lotte di campanile, il Prof. Verlengia ne curava la pubblicazione sulla Rivista Abruzzese del Prof. Giacinto Pannella (1918), richiamandone a volta l'origine prettamente storica, come nell'attribuzione di frija Criste, data ai Lancianesi e di spezzacampane ai Chietini, o, in altri casi, calcandone lo spirito, quasi sempre salace e burlesco, specie fra paesi a vista di muri, che nondimeno profondamente si differenziano non solo per usi e tradizioni ma per le stesse flessioni dialettali.

Quelli del De' Nino pero' sono soltanto gli appunti e, come tali, vanno anche alla rinfusa tanto che da Scerni: Scernesi magna ciammajche, toccano Carpineto: Carpenetani cacciascarpe, e da Giulianova: scoccia ove, tornano in Provincia di Chieti, a Rapino: Rapanese magna patane. Invece il componimento di nostra presentazione cerca, per quanto lo renda possibile l'accoppiamento di due strofette a rima baciata o in assonanza, di avanzarsi per zone delimitate, partendo logicamente dal capoluogo di provincia. E' bene per altro notare che, pur essendo un componimento che ricalca l'antica cantilena del Sant'Antonio, non presenta pero' i pregi dell'altro, dettato, e quasi di quel tempo, da Don Michelangelo Forti, il cui nome, specie per la dottrina umanistica, correva allora sulla bocca dei giovani piu' che oggi una notizia di carattere sportivo.

Ne e' autore l'Arciprete Basilicati, che esercito' il suo ministero nella nativa Bacucco (Arsita), e che da buon ramo del ceppo Basilicati non traligno' dal novero dei professionisti ed intelligenti amministratori della cosa pubblica, e gli uni e gli altri polemici, guasconi e spenderecci. Gravi disturbi neuropatici tolsero al nostro sacerdote la possibilita' di dedicarsi piu' serenamente agli studi umanistici, dei quali, tuttavia, formano saggi non trascurabili alcune note critiche pubblicate sul Corriere Abruzzese (1877), dove, nella stessa annata, compaiono peraltro alcuni suoi articoli, e non di moderata polemica, contro il vescovo di Penne, Mons. Martucci. Il riferimento di una corrispondenza apparsa sullo stesso giornale giova poi a renderci il carattere del Basilicati, il quale gode, ivi vi si legge, di molta stima ed affezione, per le sue belle qualita' a men che non piacesse a qualcuno dare una maligna caratteristica a quella sua troppo squisita suscettibilita' che lo rende ora un po' smoderatamente ilare e faceto ed ora oltremodo insofferente.

E non mancano certo smoderate facezie e scatti di insofferenza anche in questo componimento che, a sua dichiarazione, comporto' un giro di piu' di un mese per il territorio della provincia a raccolta di notizie dalla viva voce del popolo.

Anticipando gli apprezzamenti negativi della quasi totalita' del clero pennese contro la curia vescovile, egli non tralascia di punzecchiare il vescovo ed il vicario Mons. Leopardi, ritenuto in altro scritto un infelice aiutante di campo, che in certi risvegli seriosi si convelle al pari di una Sibilla. Per pace di coscienza e dignita' d'abito talare si risolve a far parlare la lingua del demonio in una cantilena dove il santo, per certe sue azzardate attribuzioni, appare impossibilitato ad intervenire, afferrato com'e' e tenuto ben stretto per il petto.

Premette il manoscritto che questo verbum caro del diavolo per la Provincia di Teramo, cantato a Sant'Antonio, e' da preferirsi a quello cantato dagli accattoni per il Santo Anacoreta per il martirio e non per il suffragio delle Anime sante del Purgatorio e pone che avvertenza vi e' bisogno di una lettura celere, briosa, saltante.

Non sappiamo quale sia il giudizio del lettore sul componimento e in specie sul carattere dell'autore, di cui pero' egli stesso afferma di non sapere se asserente grato oppur dolersene con la madre natura, la quale e' provvida, bizzarra dispensiera di tanti svariati temperamenti."

Bisenti, settembre 1952, Lamberto De Carolis

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(Inserita il 2012-07-15)

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